Vorrei descrivervi, brevemente, la sala che ospitava la stupenda biblioteca dei Bettiscombe, proprio per darvi un’idea della maestosità con la quale essa colpiva l’occhio del visitatore. C’erano dei mobili altissimi, che potevano contenere fin’anche trecento, quattrocento volumi ognuno, finemente lavorati con fregi che un occhio esperto avrebbe fatto risalire al settecento. Queste stupende opere di falegnameria, occupavano completamente le quattro pareti, mentre altri due scaffali, molto più lunghi, suddividevano la stanza in tre corridoi.
Una scala, molto stretta, ugualmente in legno, permetteva poi di poter avere accesso ai volumi custoditi sulla sommità dei mobili. L’intero ambiente, era ben illuminato, ed impregnato di quel caratteristico odore emanato dai libri, quando sono molto vecchi ed ingialliti. Il pavimento, un parquet ormai consumato, scricchiolava ad ogni passo, tanto che si poteva intuire la posizione di una persona nella stanza semplicemente prestando orecchio al rumore.
Era questo il teatro della nostra azione. Dovevamo trovare il libro dell’Apocalisse di San Giovanni ed, in verità, erano già passate alcune ore senza che vi fossimo riusciti. La sala della biblioteca aveva un registro sul quale erano annotati i titoli dei diversi volumi che la componevano, per ordine d’acquisizione. Questo registro, però, non era stato aggiornato da moltissimo tempo, e nella maggior parte dei casi, i libri erano stati riposti in posizioni diverse rispetto a quelle originarie.
Un imprevisto, questo, che contribuiva a renderci ancora più nervosi di quanto già non fossimo. Da un paio di giorni, ormai, la solitaria Bettiscombe Manor aveva preso vita per la presenza di un’entità maligna, il famiglio, la cui natura non osavamo immaginare. In particolare, mi accorsi che i miei nervi stavano cominciando a cedere: il giorno dopo l’assalto del gatto, il teschio urlò, sebbene nessuno lo avesse rimosso dalla sua campana di cristallo, mentre durante la notte, il signor Rodger fu svegliato da una voce che parlava una lingua sconosciuta e si ritrovò le braccia devastate da lividi, come se fosse stato fatto bersaglio di staffilate. Le preziose porcellane della signora Elisa scoppiavano ad ogni ora del giorno e della notte e la porta della cantina, che conduceva al secondo livello, grondava ora un liquido rosso, simile a sangue. Documentai rigorosamente tutti questi eventi, ma era chiaro che l’entità che ci perseguitava prima o poi si sarebbe rivelata in tutta la sua effettiva potenza e che stavamo correndo un grave pericolo.
Rodger Bettiscombe aveva allontanato la servitù, e solo il fidato Jeeves volle rimanere, nonostante le nostre esortazioni. Eravamo quindi in cinque, e per garantire un minimo d’incolumità e sicurezza, avevo disegnato sulla soglia delle stanze più frequentate dei simboli protettivi, avvalendomi del mio prezioso gesso azzurro. Inoltre, seguendo un’antica ma efficace procedura descritta da Carnacki, nel suo libro sulla caccia agli spettri, dietro ogni porta avevo assicurato degli oggetti d’acciaio, nella maggior parte dei casi, coltelli da cucina o vecchie sciabole:
L’acciaio, così come l’argento, è il più “terreno” dei metalli, e le entità dell’oscurità difficilmente non ne sono infastidite. Dai bagagli, avevamo tratto e messo in opera ogni aggeggio che io ed Arnold eravamo riusciti a portarci dietro. Mi si poteva vedere girare, ad esempio, con il fucile a tre canne Knaak (quello utilizzato nel famoso caso del lupo mannaro di Klatovy e caricato con proiettili d’argento benedetti) a tracolla, mentre Rodger, Arnold e Mason, oltre a Jeeves, erano stati costretti a portare legati al collo degli amuleti.
Non so sino a che punto queste misure potessero rivelarsi utili in caso di effettivo bisogno, ma comunque, era certo che avrebbero garantito un minimo di sicurezza… -Credo che l’abbia trovato! - Esclamò trionfante il signorino Mason, mentre, allungando il braccio, afferrò il dorso di un libro che sporgeva appena percettibilmente dall’estremità destra di uno degli scaffali poggiati contro il muro.
Udendo le sue parole, ci serrammo tutti sotto la scala di legno. -Dannazione! E’ come se fosse incastrato, non si sfila!- Continuò, il volto deformato dallo sforzo che era costretto a sostenere in una posizione scomoda, proteso al lato e sporgendo tutto al di fuori della scala.
Alla fine, diede uno strattone così forte, che si ritrovò a stringere di colpo il libro nella mano destra, e contemporaneamente a questo suo poderoso movimento, udimmo tutti, distintamente, un secco scatto, come di una molla che di colpo si fosse liberata del peso gravante su di essa.
Una porzione del mobile di legno, allora, sembrò vibrare, e questa vibrazione fu trasmessa al parquet. Subito dopo, come dovevamo scoprire, una porticina dissimulata si era aperta al centro del mobile, provocando la caduta di molti volumi.
Fine 10^ puntata
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