Un giorno eravamo io e mia sorella Titina. Nostro padre disse che quella sera dovevamo mangiare una soppressata; considerato che si trovava in soffitta., ci disse di andarla a prendere.
In quei tempi la luce elettrica non esisteva e dovemmo andare con una lanterna.
Salimmo le scale di legno di circa 15 o 16 scalini: la soffitta era buia, erano le 19:30 di sera, una lunga sera di Dicembre in cui il maltempo perturbava sul nostro paese.
Giunti alla soffitta, ne aprimmo la porta cigolante, mentre un soffio d’aria fredda ci accarezzava il viso. Titina mi precedeva… all’improvviso gridò dallo spavento e, voltandosi verso di me, mi abbracciò tremante di paura, mentre sbiancava in viso e sussurrava: “Là…là….” Indicava un punto ben preciso, in cui si scorgeva una figura eterea, fluttuante sotto il tetto, che, digrignando, sembrava volerci dire di avvicinarci.
Cominciammo a correre giù per le scale e, nella precipitosa fuga, ruzzolammo per gli scalini provocando un indiscusso fracasso.
Nostro padre a tale frastuono ci corse subito incontro e, trovandoci mezze svenute, ci raccolse e ci portò nei nostri letti.
Dopo un’oretta avevamo ripreso conoscenza: ci sentivamo al sicuro con i nostri genitori, (anche se sudavamo ancora freddo per lo spavento preso), e raccontammo della visione avuta a nostro padre.
Questi non crebbe al nostro racconto, attribuendo il tutto alla nostra fantasia e a un gioco d’ombre provocato dalla lanterna; andò a perlustrare la soffitta, ma non trovò nulla.
Quella stessa notte, mentre dormivamo, dei rumori indescrivibili provennero dalla nostra soffitta, e tutti paurosi ci ritrovammo nella camera dei nostri genitori. Mio padre si armò di fucile, ma all’improvviso si udì un grido agghiacciante ed un flash rischiarò tutti i dintorni della nostra casa; poi vedemmo dalla finestra la stessa figura eterea volteggiare nell’aria e allontanarsi con velocità, per poi scomparire lontano fra le colline circostanti.
Gabriel Cefili
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